La situazione in Kirghizistan
Libertà democratiche sempre più limitate, corruzione, rincaro vertiginoso dei beni di consumo (entrato in vigore nel gennaio 2009): tutte queste condizioni hanno provocato in Kirghizistan rivolte antigovernative che, sorte inizialmente in un clima di relativa calma, hanno poi assunto caratteri totalmente diversi. La protesta è nata nel nord-ovest del Paese Asiatico (ex repubblica sovietica); dapprima a Talas, si è poi diffusa fino a Naryn e Tokmoko ed è infine arrivata alla capitale Bishkek. Le manifestazioni sono state incitate dal “Movimento Popolare Unito”, la coalizione dell'opposizione che ha anche chiesto le dimissioni del Capo dello Stato. L'accusa rivolta contro il Presidente della Repubblica Bakiev è quella di gestire il potere nel Paese in modo autoritario e corrotto. Del resto, Bakiev non è del tutto estraneo a questo tipo di scorrettezze: la sua elezione nel 2005 ha infatti scatenato la “rivoluzione dei Tulipani” scoppiata in seguito a brogli elettorali.
Come spesso purtroppo accade a molte forme di protesta che vedono assumere connotati via via più violenti, anche in questo caso il numero di morti e feriti è impensabile. Si parla di oltre 100 morti e centinaia di feriti tra la popolazione e decine tra le forze dell'ordine. La polizia ha sparato sui dimostranti che hanno a loro volta reagito con l'utilizzo di armi da fuoco.
Dopo che il Primo Ministro Daniyar Ussenov ha confermato le dimissioni e il Presidente Kurmanbek Bakiev ha lasciato il Paese, l'opposizione kirghisa ha formato un nuovo governo, dopo che anche quello precedente era stato costretto ad abbandonare la capitale: si parla quindi di colpo di stato che sarebbe avvenuto nell'aprile 2010. Il nuovo Primo Ministro è ora da ricondurre nella persona di Roza Otubaieva, ex ministro degli Esteri del Kirghizistan ed esponente del Partito Socialdemocratico.
D'altra parte però, sono stati arrestati una decina di leader dell'opposizione: tre di questi, rilasciati in seguito, hanno invertito leggermente la propria rotta e si sono proposti come negoziatori per raggiungere accordi con il governo e fermare le proteste.
Per suo conto, il governo ha cercato di controllare la situazione dichiarando lo stato d'emergenza del Paese: sono state chiuse le scuole, i negozi ed è stato imposto il coprifuoco. Ormai le città sono protagoniste di disordini e saccheggi: nella capitale Bishkek è stato preso il controllo della sede del Servizio di Sicurezza Nazionale; l'edificio della Procura Generale è stato dato alle fiamme; è stata assalita e occupata la sede della televisione; è stata fatta anche irruzione negli edifici sedi del Parlamento e del Governo.
Questa situazione preoccupa sia la Russia che gli Stati Uniti, in quanto qui possiedono una loro base militare. Gli appelli di un ritorno alla quiete lanciati dai governi di Washington e Mosca sono stati ignorati.
Dopo aver esposto la difficile situazione che vive il Kirghizistan, mi auguro solo che le superpotenze mondiali - tra cui Europa Occidentale, Russia, Stati Uniti - intervengano di fatto seriamente per cercare di risolvere i conflitti e per far sì che anche la popolazione kirghisa possa rivivere momenti di pace e possa conoscere una democrazia finalmente libera e pulita.