Intervista al Prof. Feri
1. Cosa ne pensa della Riforma Gelmini? Quali sono i punti che, secondo lei, dovrebbero venir modificati per portare migliorie nella scuola italiana?
La riforma dev'essere ritirata, non riformata. Innanzitutto, perché essa è stata concepita per l'esigenza prioritaria di fare cassa: in 3 anni vengono tolti 8 miliardi di Euro alla scuola pubblica, con la conseguente sparizione di circa 140 mila cattedre e 17 mila posti di collaboratori ATA (tale fatto corrisponde a unodei più grandi licenziamenti della storia della Repubblica). La Riforma è inoltre un misto tra una concezione liberista della scuola e un'impostazione neoconservatrice; liberista perché vengono diminuite le ore di tempo scuola per gli studenti, si diminuiscono i servizi e le infrastrutture (laboratori) e inoltre perché si cambia la didattica con la futura finalità -io credo- di svalutare o eliminare l'importanza del valore legale del titolo di studia; neoconservatrice perché vengono introdotti elementi di controllo sociale o di tentativo di indottrinamento tipici della scuola gentiliana o della scuola dei primi decenni del Dopoguerra; mi sto riferendo all'irrigdidimento propagandistico sui voti di condotta e di ammissione, ma anche al tentativo di reintrodurre il grembiule alle elementari, oppure all'accordo Gelmini - La Russa che "istituisce" in Lombardia corsi dell'esercito tra gli studenti (programma "Allenati alla vita"), oppure ai vari tentativi di limitare l'accesso all'istruzione degli studenti stranieri.
2. Crede che il metodo di protesta utilizzato dagli studenti triestini possa portare dei cambiamenti concreti?
Si, la sola mobilitazione e protesta degli studenti triestini non può sicuramente bastare, essi però sono stati lungimiranti, la storia nei giorni seguenti all'occupazione lo ha dimostrato. In questo momento infatti, localmente hanno comunque ottenuto dei piccoli risultati concreti, come l'accordo con la Provincia per un controllo serrato sull'edilizia scolastica. Per questo si può dire che la lotta ha pagato.
3. E' favorevole a questo tipo di "manifestazione"? Se non lo è che cosa proporrebbe e cosa riterrebbe più opportuno?
Possono essere diversi i metodi di protesta: quello degli studenti ha indubbiamente avuto dei risultati; chi lo critica ne proponga altri, basta che poi li attui; purtroppo la maggior parte di coloro che ha criticato criticava i metodi di protesta degli studenti non ha mosso un dito in questi anni.
4. Verso la fine del mese di Novembre abbiamo assistito a una mobilitazione nazionale (soprattutto portata avanti dalle Università italiane) che cosa ne pensa?
E' una mobilitazione incredibile per numero e creatività degli studenti; la stessa scelta di occupare i monumenti delle città è stata una scelta felice, un modo per dire che sono gli studenti a voler salvare la memoria e la cultura in contrapposizione al governo che li vuole distruggere. E' una protesta che ha un notevole appoggio in altri settori della società italiana, innanzitutto dalle famiglie che si rendono conto della mancanza di futuro per i propri figli; questa protesta gode però anche dell'appoggio di altri settori, come gli immigrati operai che vedono, anche loro, continuamente minacciati i loro diritti; in Sardegna ha solidarizzato con le proteste perfino il movimento dei "Pastori Sardi in Lotta".
5. Con la sua esperienza che cosa crede che gli studenti dovrebbero fare?
Gli studenti hanno raccolto in questi giorni una grande solidarietà e un grande appoggio dall'opinione pubblica; non devono buttare via questa grande ricchezza, devono riuscire ad aprirsi e parlare il più possibile al loro esterno, in modo che la mobilitazione continui fino al ritiro della Riforma e per dare una spallata al Governo.
6. I metodi di protesta, da quanto lei frequentava il liceo, sono cambiati? Se sì in che modo?
I metodi di protesta degli studenti sono rimasti pressochè uguali dagli anni '60 in poi; l'occupazioneè il principale di questi metodi, ma non è sempre detto che sia il migliore; l'occupazione tende infatti a rinchiudere gli studenti fra le mura della scuola e non li fa comunicare con il resto della società: per fortuna questo stavolta non è successo, anzi l'occupazione del nostro liceo ha visto l'intervento di molti esponenti del mondo della cultura e del mondo del lavoro -vedi Paolo Rumiz o la delegata FIOM - che volevano conoscere e comunicare con gli studenti stessi. Quello che è cambiato in questi anni è il tipo di scuola e il tipo di studenti; la mia generazione si batteva contro un'educazione oppressiva e contro una scuola vissuta come "istituzione totale", padrona del tuo tempo e dei tuoi comportamenti; noi non temevamo per il nostro futuro, ma volevamo modellarlo a nostro piacimento, oggi invece la scuola abdica dalle sue responsabilità di formazione e trasmissione della cultura e i giovani sentono maggiormente l'incertezza del proprio destino. Come professore ho la possibilità di scioperare e ho usato questo diritto molte volte in questi ultimi anni; il problema è che la nostra categoria è molto divisa sia per un naturale individualismo dei docenti sia perchè i sindacati maggioritari sono favorevoli alla riforma oppure conducono un'opposizione di facciata.
7. Se lei si fosse trovato ad essere il Preside del Liceo Petrarca come si sarebbe comportato durante le protesta studentesca?
Fino a poco tempo fa avrei risposto "appoggiando gli studenti, in maniera discreta, così come hanno fatto molti Rettori e Presidi di Facoltà nelle Università italiane", da metà novembre però una circolare che riprende il famigerato Decreto Brunetta impone ai Presidi di astenersi da critiche pubbliche all'operato del Ministero, pena "punizioni" in termini disciplinari e di salario; in questo caso io avrei dato le dimissioni, anche per evitare di trovarmi nella imbarazzante situazione di dover difendere e glorificare la riforma di fronte ad opinione pubblica e mass media.
L’intervista è stata effettuata da: Anna Cataruzza III B