Intervista al Prof. Pesante
1. Cosa ne pensa della Riforma Gelmini? Quali sono i punti che, secondo lei, dovrebbero esser modificati per portare migliorie nella scuola italiana?
La riforma è finalizzata a ridurre l'onere di bilancio: è quindi una manovra finanziaria la cui conseguenza è una riduzione del tempo scuola e del servizio pubblico. Mi pare deleterio: solo con un tempo scuola più ampio (magari orchestrato su meno materie) si può intervenire sui due problemi principali e gravissimi di cui soffre la didattica: 1) bisogna uscire dalla didattica frontale, perché gli studenti hanno ormai un tipo d'intelligenza con la quale questo tipo di didattica confligge; 2) si tratta di trovare una nuova strada non tanto per preparare le eccellenze, cosa che già sappiamo fare, quanto per recuperare e rimotivare i ragazzi in difficoltà e dunque si deve lavorare sulla individualizzazione dei percorsi di insegnamento; nell’un caso come nell’altro ci vuole più tempo, e ci vogliono più risorse strumentali: il governo taglia questo e quelle.
2. Crede che il metodo di protesta utilizzato dagli studenti possa portare dei cambiamenti concreti?
Sì, se si diffonde su scala nazionale e se si articola in iniziative più varie e complesse.
3. É favorevole a questo tipo di “manifestazione”?
L’occupazione non mi piace, ma è un gesto di realismo politico: gli studenti, oggi, sono un soggetto debole e l’occupazione è , appunto, la protesta dei “deboli”: di un movimento che mobilita i giovani solo attraverso modalità di protesta “allettanti” e persino , in certa misura, ludiche , di un movimento che , non avendo ascolto istituzionale, deve produrre gesti eclatanti come l’interruzione temporanea di pubblici servizi.
L’occupazione non mi piace, ma va anche detto che la vostra occupazione è stata condotta bene e vi ha dato la possibilità di diventare, nel giro di pochi giorni , cittadini migliori di quanto non foste in precedenza.
4. Verso la fine di Novembre abbiamo assistito a una mobilitazione nazionale: che cosa ne pensa?
La società italiana comincia finalmente a muoversi e a protestare; questo è molto importante perché la protesta, nonviolenta, è una pratica di partecipazione e dunque di democrazia; una società senza conflitto è una società che, anche quando ospita pratiche democratiche (come ad esempio le elezioni), ne tradisce e rovescia il senso: da espressioni della soggettività della società civile, ad applauso al potere consolidato: è la situazione della società civile italiana, che dunque ha urgente bisogno di protesta e per la quale vale ricordare quanto diceva don Milani: l’obbedienza non è una virtù .
5. Con la sua esperienza che cosa crede che gli studenti dovrebbero fare?
Gli studenti dovrebbero utilizzare il discorso sull’istruzione pubblica come porta d'ingresso per una riflessione a più alto livello, riguardante la svalutazione del lavoro, i problemi ambientali, l'enorme forbice della ricchezza che si è aperta nella società, lo svilimento della democrazia, l’affermarsi di un totalitarismo di nuovo modello. Questa degli studenti è una generazione condannata “a stare peggio dei proprio padri”; per questo motivo bisogna che cominci a ragionare su questioni epocali e che diventi, in quanto generazione, un soggetto politico.
6. I metodi di protesta, da quanto lei frequentava il liceo, sono cambiati? Se sì in che modo?
Dai miei tempi ad oggi il protestare ha dimenticato molti strumenti: ad esempio i fogli di controinformazione, le radio libere, i cortei, i sit-in, i dibattiti assembleari, gli scioperi ma anche il semplice rivolgersi al professore da adulto ad adulto, avanzando proposte didattiche e di contenuto, ed esigendo il rispetto di diritti invece di inginocchiarsi per ottenere delle concessioni. Quanto al mio protestare – da insegnante - nei confronti della situazione attuale, credo che mi competa sia demistificare il potere e la sua propaganda, sia fornire agli studenti un quadro categoriale aggiornato, sofisticato, idoneo a leggere il presente nella sua proiezione verso il futuro; per questo mi batto contro l’analfabetismo politico, giuridico, economico e per questo mi impegno a portare i programmi di insegnamento sino alle soglie della più stretta contemporaneità; per questo respingo l’invito di ministri e dirigenti – del pensiero dei quali non sono certo cinghia di trasmissione - a non incentivare la protesta, a non parlare di politica a scuola.
7. Se lei si fosse trovato ad essere il Preside del Liceo Petrarca come si sarebbe comportato durante la protesta studentesca?
Mi sarei da subito confrontato con i docenti ed avrei evitato una gestione personalistica della crisi.
L’intervista è stata effettuata da: Anna Cataruzza III B; Alice Selovin III B